14 febbraio 2014

repost § "Fughe"

S.

Ha la testa ovale e la tiene sempre un po' inclinata, come certi animaletti sciancati.

Ti guarda da sotto in su e ride. Ride, sogghigna, sorride; tutto insieme.

Anche con gli occhi.

E sembra tutto lì, fra gli occhi caldi e birichini e le parole a mezza voce - dette per esserci senza troppo rumore, smorzate per sparire senza perdersi niente.

Ma oggi.

Oggi, quella luce è più fioca, negli occhi.

La faccia è gonfia e nella tuta blu c'è un corpo grosso e dilatato; quasi ingombrante.

Forse sono l'unica a farci caso. O a non riuscire a fare finta di niente.

Ma lui è contento di essere qui. Di esserci tutto. Di esserci perfino di più.

Io lo guardo.
Io lo osservo.
Io lo fisso.

Col fastidio che provo io, ogni volta che ingrasso, non mi capacito che se ne freghi di quella pancia così gonfia da spingere in fuori la maglietta.

Ma non è grasso quel gonfiore, e in aula lo sappiamo - «Sono stato male, ma ho visto che ero ancora iscritto al corso, allora oggi sono venuto».

Siamo nella nuova aula computer, ognuno ha già il suo posto e lavora a ciò che vuole.

Lui il computer non lo sa usare, però ha voglia di imparare, ci scegliamo un tavolo e mentre lo schermo si accende mi parla.

Parla. Mi parla. Con me parla sempre tanto. Con me parla sempre piano. Come fosse il mio fidanzato, stiamo seduti lì vicini. Come se fosse tutto per me, per lui, per noi, questo tempo che abbiamo nell'aula e gli altri non fossero che un disturbo o una distrazione a cui ogni tanto devo rispondere.

Lo guardo tutto mentre schiacchia un tasto alla volta con un dito solo. È un dito grosso, un dito lento, ma voglio che scriva. Che aggiunga ancora una parola,

quando
esco
voglio
quando esco voglio andare 

Voglio che scriva, così lo guardo. La cicatrice che ha in testa non l'avevo mai notata, e sì che oggi ha i capelli più lunghi.

Vorrei sapere che cosa è successo: chi ti ha spaccato la faccia e perché?

andare in vacanza
quando esco voglio andare in vacanza in

«come si fa la virgola?» 

Una traccia pesante che la pelle ha ricucito e provato a confondere fra resti di acne e un inizio di rughe, rimane una faccia fatta a pezzi. 

«come si fa a andare a capo?» 

Mentre spiego come andare a capo, sposta un accento e dietro una virgola tramonta il sole. C'è un'acqua limpida, un mare bello, dentro quel file - con un sacco di pesci, di musica e relax.

Sorride –
sorrido – 

Sarà che anch'io soffoco, nel mio paesello sotto ai monti, ma il suo sogno è uguale al mio.

A fine lezione siamo già in Africa; o forse in Tailandia?
Comunque fa caldo, si sta bene, la notte non si dorme e di giorno ci si diverte.
A fine lezione, gli insegno a salvare il file. 
Poi, io esco dal carcere.













#diversamente liberi 
#discarica culturale

16 dicembre 2013

Il cielo sopra Berlino. ..e sopra Trento: passioni e sfide di una traduttrice

Dopo settimane di ponderate riflessioni, ha accettato di essere intervistata su questo blog la mia collega Paola Lopane.
Ci parla della sua professione di traduttrice dal tedesco all'italiano e di docente universitaria di traduzione e teoria della traduzione. 
C'è voluto del bello e del buono per stanare questa "topolina di biblioteca" ed avere anche una sua foto!
Leggendo le sue parole, risento il tono morbido della sua voce e la passione con cui da anni ci confrontiamo su alcuni temi e vicende lavorative.

Paola 

Annalisa: Ti sei definita un "topo di biblioteca" e partirei proprio da questo piccolo ritratto scherzoso per parlare della tua passione – la traduzione – di come è nata e si è trasformata nel tempo. 
Paola: Sì, sono un topo di biblioteca! Anche se negli anni le frequento sempre meno, purtroppo. Ho sempre amato i libri, anche come oggetti, al di là di quello che raccontano: mi piace il loro odore di carta, colla, inchiostro, diversi a seconda della casa editrice, la consistenza della carta, il peso e la dimensione; e perciò mi piacciono le biblioteche come posti. È come se avessero una certa sacralità, si sussurra, si è in una dimensione di solitudine, si riesce ad ascoltare i propri pensieri. Ricordo l’emozione della prima volta che ho messo piede nella Staatsbibliothek di Berlino, nella Potsdamer Platz, dove avevano girato delle scene di "Il cielo sopra Berlino". 
Poi ci ho passato tantissimo tempo (ci ho fatto anche delle lunghissime dormite!) , è lì che ho preparato buona parte della mia tesi di laurea e rimane tutt’ora uno dei miei posti preferiti.
E con la passione per i libri e per la scrittura con cui sono cresciuta, è stato naturale appassionarmi alle altre lingue e linguaggi e voler diventare una traduttrice. 

A.: Come si dice topo di biblioteca in tedesco?  
P.: Bücherwürm, Leseratte però mi piace di più. 




 topolini di biblioteca crescono: Paola da bambina con il nonno

A.: Domandina marzulliana: hai scelto tu il tedesco, o il tedesco ha scelto te? 
P.: È stata però anche una sfida intellettuale: il tedesco è una lingua molto logica, molto complessa sia nelle sue strutture grammaticali che lessicali, è stata una sfida riuscire a padroneggiarla e ad appropriarmene. Anche se so bene che per quanto studi, lavori e la pratichi non ne verrò mai veramente a capo. È diventata una parte importante di me, una passione. 

A.: Ancora in tema di libri, di fronte a tanti studenti che affermano con una certa nonchalance di non amare la lettura, eppure di voler diventare traduttori o interpreti, a volte rimango a bocca aperta. Capita anche a te? Perchè continuiamo ad essere un paese di lettori scarsi, "commerciali" ovvero "teledipendenti", (cioè che acquistano i libri dei personaggi televisivi)? 

P.: Condivido lo stupore, ma non ho una risposta. Io non riesco a immaginare la mia vita senza leggere. Mi sembra che con il passare degli anni il patrimonio lessicale personale degli studenti sia sempre più ridotto. Forse leggere è faticoso, non sempre sono capaci di andare oltre le parole e di crearsi l’immagine mentale di ciò che leggono. Da quello che dicono, nel loro tempo libero hanno di meglio da fare, lo ritengono una perdita di tempo. Leggere è bello perchè ti astrai dalla tua dimensione personale, al tempo stesso però la puoi ritrovare e guardarla dall’esterno. Ti confronti con altre visioni ed esperienze della vita. Riesci a stupirti.
Dall’altra parte è un’esperienza estetica, nel bene e nel male. 


A.: Ci parli di uno dei tuoi libri preferiti?
P.: Il libro che ho amato di più è "Der Mann ohne Eigenschaften", (L’uomo senza qualità), di Robert Musil. Anche dopo più di vent’anni Ulrich e Agathe restano tutt’ora i miei personaggi preferiti. È stato il romanzo della mia crescita e sono convinta che se sono diventata quello che sono, per buona parte lo devo a lui. 

A.: Quale autore hai amato di più tradurre e perché? 

P.: Non è una domanda facile. Quando mi capita di tradurre varie opere di uno stesso autore, di volta in volta mi affeziono. Da come scrivono, dalle parole che scelgono, dalla struttura delle loro frasi mi pare di capire anche qualcosa di loro. Se poi ho la fortuna di conoscerli mi stupisco del loro aspetto o della loro personalità, del loro modo di parlare e mi accorgo di essermene fatta un’immagine mentale. Quello che ho amato di più tradurre è stato però un filosofo, Romano Guardini, un filosofo-teologo che scrive come un poeta e che mi ha dato un filo da torcere pazzesco. Le sue opere coprono buona parte del Novecento, è stato meraviglioso vedere come cambiava e si evolveva il suo linguaggio nel tempo e fare il possibile per seguirlo.

A.: E-book sì o no?
P.: E-book sì, per ragioni economiche dal momento che i libri costano vergognosamente troppo, ma soprattutto per ragioni di spazio! Vuoi mettere il bagaglio a mano che pesa più della valigia per via dei libri?
Ma quando sono a casa preferisco tenere in mano un libro di carta e voltare fisicamente le pagine. 

A.: Quanti libri compri all'anno? Leggi di più in italiano o in tedesco?
P.: Compro tantissimi libri, non saprei dire quanti. Anche perchè una volta letti, se mi sono piaciuti, di solito li presto, non mi rimangono. Leggo una media di un romanzo ogni una, due settimane. Quest’ultimo per la verità mi sta occupando da parecchio tempo, ma è molto grosso! 1Q84.
Sono una lettrice onnivora, leggo tutto quello che mi capita e non riesco a far mio il diritto decretato da Pennac di lasciare a metà un libro che non piace! Leggo molto anche in tedesco ma soprattutto in italiano; quando vado in Germania o a Bolzano faccio scorta: non compro mai libri in internet, preferisco vederli fisicamente, sfogliarli, leggere qua e là qualche pagina e annusarne il profumo. Mi capita di essere affascinata dalla copertina e di comprarne uno solo perchè mi piace esteticamente. In questo modo ho scoperto autori che mi hanno appassionato, Mankell ad esempio. 

A.: C'è un libro tedesco che sogni o hai sognato di tradurre?
P.: C’è un autore che mi sarebbe piaciuto tradurre, si chiama Bernhard Schlink, ci sono rimasta male quando ho visto che veniva già pubblicato in Italia. Un altro è Daniel Kehlmann. Ho letto "Die Vermessung der Welt" e quando sono tornata in Italia con l’idea di tradurlo e cercare un editore, sono venuta a sapere che lo avrebbe pubblicato Feltrinelli. Arrivo sempre in ritardo! 

A.: Ci puoi rivelare un errore di traduzione che ti fa ancora arrossire?
P.: Mi fa arrossire e cerco di rimuovere il ricordo di una traduzione mal riuscita in generale che ho fatto un paio di anni fa per una ricercatrice di Bolzano. Ma quando vedo pubblicate le mie traduzioni non mi piacciono mai: ci trovo mille errori e mille migliorie che potrei ancora apportare. Ora che lo so, quando mi arrivano pubblicati vado a cercare il mio nome (l’ho trovato anche scritto sbagliato!), e poi li infilo direttamente nella libreria senza leggere oltre! E non li riprendo più in mano. All’inizio ne ero talmente fiera che li mostravo, ora non più, quasi li nascondo!

A.: E la traduzione di cui sei più orgogliosa?
P.: È sempre Guardini. Per l’ultimo volume che ho tradotto, mi hanno chiesto di sostituire un grande traduttore che sarebbe andato in pensione. Non mi sono mai sentita tanto lusingata e avevo una paura pazzesca di non essere all’altezza. Il volume non è ancora stato pubblicato, aspetto con ansia. 

A.: C'è un libro tedesco non tradotto in Italia che secondo te andrebbe proposto?
P.: In questo momento no, d’altra parte le case editrici che traducono letteratura tedesca sono davvero poche. Ormai si traduce solo quello che vende, e non si può proprio dire che la Germania sia nel cuore degli italiani. 

A.: Spesso a chi vuole entrare nel mondo della traduzione letteraria o editoriale si consiglia di proporre un libro ad un editore. Lo hai mai fatto? È un metodo efficace?
P.: Io non l’ho mai fatto, forse anche per una sorta di timidezza o, chissà, anche di pigrizia. È una via che però mi hanno consigliato vari editor, proprio perchè qui non c’è grande interesse per ciò che viene pubblicato in Germania. Dall’altra parte le traduzioni letterarie sono pagate talmente poco che preferisco continuare a lavorare in un ambito che mi consente di lavorare su testi che mi piacciono e che mi danno soddisfazione, ma che mi permette anche di pagare il mutuo alla fine del mese! 

A.: Riesci a leggere un testo tradotto senza sospirare (o indignarti) per uno svarione?
P.: Sono ipercritica quando leggo, a volte penso che si tratti di una deformazione professionale. Ma so cosa significa tradurre, so quanto ti può influenzare la lingua di partenza; dopo tante ore di lavoro spesso non si riesce più ad avere la lucidità per mantenere la giusta distanza e allora possono anche sfuggire degli svarioni. Ma gli errori veri mi danno davvero fastidio, soprattutto quando mi pare che nascano da uno scarso approfondimento da parte del traduttore. Però so riconoscere e apprezzare una bella traduzione. 

A.: Quali sono le maggiori difficoltà e le cosiddette "sfide traduttive" dal tedesco in italiano?
P.: Nei linguaggi di cui mi occupo io, la struttura sintattica delle frasi è molto complessa e articolata. La difficoltà maggiore è costruire dei periodi lineari e ben comprensibili in italiano senza omettere nulla. Questo è complicato anche dalla presenza in tedesco dei sostantivi composti che in italiano siamo spesso costretti a rendere con delle perifrasi. Cosa che allunga ulteriormente la struttura delle frasi e rende complesso il lavoro di elaborazione. 

A.: Come si distingue il lavoro per la traduzione storica e filosofica da quello in altri settori?
P.: Penso che di base l’approccio traduttivo sia il medesimo per ogni genere di linguaggio settoriale. La piena conoscenza della materia, la ricerca terminologica e la precisione nella resa stanno comunque al fondo di ogni genere di traduzione. Una storica dopo aver letto la traduzione che avevo fatto del suo testo, mi ha mandato una mail chiedendomi se fossi una storica anch’io: credo che sia uno dei complimenti più belli che mi siano stati fatti da un autore. Forse la traduzione storica e quella filosofica richiedono una frequentazione delle biblioteche che altri linguaggi non esigono: è spesso impossibile trovare le opere e fonti in internet. Un’altra differenza è che, secondo me, non è possibile usare strumenti di traduzione automatici che accelerebbero non di poco il lavoro. Ma forse mi sbaglio. 

A.: La traduzione sembra essere ancora una professione più femminile. Secondo te, perché?
P.: Conosco molti traduttori uomini e molto bravi, però è vero che le traduttrici sono molte di più. Forse dipende dal fatto che si tratta di un lavoro molto solitario. Ma ho la sensazione che sia più femminile che maschile lo studio delle lingue straniere in generale. D’altra parte ho scoperto che non è possibile farsi scrivere sulla carta di identità “traduttrice”, la voce al femminile non è compresa nelle professioni Istat. 

A.: Molto meno romantiche, ma non meno importanti, se vogliamo rivolgerci anche ai giovani che ci leggono, sono le note dolenti della professione: il carico fiscale, la precarietà, la dilagante presenza sul mercato di traduttori improvvisati e personaggi vari che svendono il lavoro... Possiamo commentare il quadro italiano, raffrontandolo con i paesi di lingua tedesca? 
P.: Questo è davvero un tasto dolente, al punto che talvolta avrei proprio voglia di lasciar perdere tutto e andare a coltivare fiori. Il fatto che non abbiamo un albo di categoria consente davvero a chiunque di inserirsi nel mercato. Questo fa sì anche che la gente pensi che la traduzione non abbia bisogno di una preparazione specifica, che basti sapere un po’ una lingua straniera per tradurre. Sono ormai anni che si dice che la situazione presto cambierà, ma quello che cambia sono solo le norme per cui oggi siamo soggetti a una tassazione a dir poco assurda a fronte di tariffe davvero molto basse; è sempre più difficile fare solo i traduttori senza associare un’altra professione che garantisca un’entrata economica diversa. Potrei lamentarmene per ore!
In Germania la situazione è molto diversa: intanto c’è una grande associazione di categoria, il BDÜ (Bundesverband der Dolmetscher und Übersetzer) , che ha davvero diritto di parola. I traduttori là hanno delle tariffe di un 30% circa superiori alle nostre, inoltre, oltre al compenso a cartella (a dire il vero lì è a carattere) prendono una percentuale sulla vendita dei volumi che hanno tradotto. Il loro nome è stampato sulla prima di copertina. È un riconoscimento che da noi è abbastanza raro. 

A.: Oltre ad essere traduttrice, sei anche insegnante: ci vuoi parlare di questa esperienza, delle soddisfazioni e delle pene che comporta?
P.: Insegno davvero da molti anni. Ho cominciato a insegnare poco dopo che ero entrata nel mondo della traduzione. Posso dire che sono cresciuta anche professionalmente con gli studenti. E non rinuncerei all’insegnamento: spesso gli studenti mi stupiscono con delle scelte traduttive che a me non sarebbero mai venute in mente. Mi aiutano a mantenere un’elasticità mentale che forse farei fatica ad avere lavorando sempre da sola e, per preparare le lezioni, sono costretta a un continuo studio e approfondimento che la traduzione soltanto non richiederebbe.
La pena è accorgermi come con il passare degli anni gli studenti sono cambiati, come hanno spesso disinteresse nei confronti del mondo esterno e che a mano a mano è calato il loro livello culturale. Faccio sempre più fatica a trasmettere loro la passione che provo per il tedesco e per la traduzione.
Ma insegnare mi piace ancora moltissimo.

A.: Molti cervelli e molte braccia fuggono in Germania: da germanista, cosa ne pensi? Tu ti faresti tentare?
P.: Confesso che più la situazione italiana peggiora, più penso che la soluzione sia trasferirmi in Germania. E sono davvero tentata, sempre di più, e non escludo che lo farò. Vorrei però che fosse una libera scelta la mia, non imposta da una situazione politica ed economica nel mio paese che faccio sempre più fatica ad accettare e a sopportare. 
Mi fa piacere che gli italiani vadano sempre di più in Germania e che si cominci ad abbandonare i luoghi comuni. Ma per tutta la vita, ogni volta che ho detto che faccio la traduttrice dal tedesco, dal novanta per cento delle persone mi sono sentita rispondere: io odio il tedesco. Tuttavia riconosco le ragioni storiche che hanno portato a questo. 

A.: Cosa vorresti che l'Italia (o gli italiani) mutuassero dalla Germania? E vice versa?
P.: I miei amici tedeschi mi dicono ormai da qualche anno che la mentalità tedesca si è avvicinata a quella italiana per gli aspetti più negativi: ad esempio non considerare l’esistenza di un bene comune. Io mi rifiuto di crederci, in realtà è proprio questo che apprezzo dei tedeschi. Il loro senso della comunità e il loro rispetto per ciò che appartiene alla collettività. Lo stato rispetta i cittadini e viceversa. 

A.: Ci dici un piatto tedesco che ti piace, la tua città preferita?
P.: Purtroppo la cucina tedesca proprio non mi piace. Troppa carne, troppa panna e burro. I dolci però sono il massimo (in realtà quelli austriaci).
La città che ho nel cuore è sicuramente Berlino, dove ho studiato e vissuto per un periodo. Ma era la Berlino del muro! Ora è cambiata molto, ma resta una città stupenda, perfettamente a misura d’uomo anche se è una metropoli. Se adesso mi trasferissi in Germania, sceglierei però Monaco. Una città divertente, solare, dove la gente è accogliente e soprattutto in inverno non è freddo come a Berlino! 

A.: Ci sveli un sogno nel cassetto?
P.: Il mio sogno nel cassetto è sistemare finalmente la piccola casa che con Paolo abbiamo acquistato in Salento e poter vivere là per buona parte dell’anno. Forse è una sciocchezza, ma credo che potrei trovare quella serenità e quella quiete che qui non riesco mai ad avere. 

Grazie Paola!
Auguri per il sogno di fuga nel Salento. Io coltivo il mio con destinazione Sardegna, e nell'attesa, vado a preparare la prossima intervista! ..Stay tuned!


copertina di uno dei tanti libri tradotti da Paola
 


14 dicembre 2013

3020 - aggiornamento di stato cosmico

3020 - aggiornamento di stato cosmico

14 dicembre 2013 alle ore 14.42
Aggiornamento di stato

Di Pope Dholz Tzunami Dolzan
messaggio ai posteri che nel 3020
scartabelleranno le nostre pagine facebook:

godetevi questi brandelli di vita, sospiri e palpiti di odio e di amore
le nostre piccole grandissime vite
i pezzi di neuroni appesi ad un'app
le barzellette, le lotte, il sudore,
le morti e i suicidi di speranze
incancrenite.
Pensate a noi, talpe nella montagna di zucchero
pseudo-robotini Asimoviani degli anni 0.
Tragici porci replicanti
sceneggiature orwelliane a 4 zampe,
di cui 2 coi tacchi.

Ma, soprattutto, trovate un modo per spedirci qualche app nell'aldilà
Mettetevi in contatto con noi bricioline di cosmo
ché il vuoto ci fa paura.

Pope Dholz dixit





https://www.facebook.com/notes/pope-dholz-tzunami-dolzan/3020-aggiornamento-di-stato-cosmico/10203021658772072

11 novembre 2013

E-book, perché no?


A tu per tu con Sara Notaristefano, insegnante di materie letterarie, autrice di saggi e recensioni, e scrittrice. 

Nel 2009 ha pubblicato il suo primo romanzo, «Delusa dal paradiso» (ed. Sacco), nel 2012 per Stilo Editrice ha pubblicato «Note di poesia. Canzoni d’autore in lingua italiana, inglese e francese». 
Io l'ho conosciuta così, nella sua caccia a traduttori vagamente folli, come lei amanti di letteratura e musica, che si arrischiassero a tradurre dei capolavori. 
Per passione e per follia, io ho reso in italiano alcuni testi di Tom Waits.


In questa intervista Sara ci racconta qualcosa di più fra angoli nascosti delle librerie, e-book, e letteratura di genere, con una grande passione da trasmettere agli studenti, nonostante l'affossamento della cultura e i continui tagli all'istruzione.

Da Taranto sei approdata in Alto Adige, e quindi, forse, ti toccherà imparare il tedesco. Nel frattempo, insegni italiano. Riesci a trasmettere la tua passione ai tuoi studenti?

Sara: Generalmente sì, anche se non è facile. I ragazzi sono bombardati da una miriade di messaggi che loro trovano molto più accattivanti e di più facile fruizione rispetto a quelli veicolati dai libri. Tuttavia l’entusiasmo possiede una sua contagiosità; quindi penso sia possibile e doveroso trasmetterlo ai più giovani.

A.: Fra tanta crisi economica e culturale, credi sia possibile non perdere l'entusiasmo? Che scenario prevedi per i giovani che incontri a scuola e per i tuoi figli?

Sara: Entusiasmo e passione rendono possibile la vita. I miei sono alimentati dai piccoli, piccolissimi successi che raccolgo a scuola. Scorgere una lacrima di commozione anche in un solo alunno dopo la lettura di una poesia di Leopardi ti fa comprendere che i giovani hanno sempre la stessa ricchezza, contrariamente a quanto lamentano i laudatores temporis acti. Il vero problema siamo noi adulti, incapaci di ascoltarli e poco interessati a loro. L’aggravante è il disinteresse istituzionale nei confronti dei giovani. Faccio un esempio legato al mondo della scuola: si offrono ai ragazzi tanti nuovi stimoli, come innumerevoli progetti e progettini e le famigerate prove Invalsi, però si tagliano le ore. Il quadro che emerge appare sconfortante, ma, ripeto, i giovani hanno tutte le carte in regola per essere “migliori” di quanto vogliono le istituzioni. Spero, appunto, che i miei figli non siano costretti ad emigrare per evitare di essere stritolati da un Paese gerontocratico e culturalmente pigro.

A.: Secondo le statistiche, le donne, e in particolare quelle del Trentino Alto Adige, sono le lettrici forti d'Italia. Hai riscontrato differenze fra loro e lettrici della tua terra?
S.: Innanzitutto, bisogna chiarire il concetto di “lettore forte”. Leggere molto non significa leggere bene. Inoltre, le regioni settentrionali annoverano migliaia e migliaia di meridionali tra i loro residenti; per non parlare degli insegnanti: quasi tutti i docenti delle scuole settentrionali sono meridionali. Quindi, quando si parla di scuole settentrionali che funzionano, di chi o cosa stiamo parlando? E quando si parla di un nord che legge, che cosa intendiamo? Includiamo in questi numeri anche i meridionali di prima, di seconda, di terza generazione? E gli extracomunitari? L’unica mia alunna che divora libri in biblioteca, per esempio, è pakistana. Per sintetizzare, allora, mi soffermerei su ciò che mi allarma di più, ossia non tanto l’esigua quantità di libri letti in Italia (anche se è, ovviamente, un problema), quanto sulla loro discutibile qualità. E la responsabilità di questo fenomeno va ripartita almeno tra le major, tra gli esiti dei premi letterari più prestigiosi e tra chi distrugge la scuola e la ricerca pubbliche italiane.



A.: Credi nella distinzione di genere, e, nello specifico, nella letteratura di genere? 
S.: Sì, nel senso che i generi letterari esistono necessariamente. Tuttavia, un aspetto intrigante del lavoro letterario, sia creativo sia critico, sta proprio nell’esplorazione dei generi, perlustrandone i confini e scoprendone le contaminazioni. 

A.: Pensi che sotto sotto ci sia un po' di puzza di lobby? 
S.: Indubbiamente.

A.: Quale autore ami e perché? 
S.: Ne amo diversi e per diverse ragioni. In linea generale, amo autori capaci di veicolare una loro lucida visione della realtà attraverso scelte stilistiche funzionali agli scopi che intendono perseguire. 
A.: Quanti libri compri all'anno? 
S.: Tra i cinque e i dieci. 


Una foto di Sara che a me piace molto: ritrae la sua espressività e 
passione
 




A.: Come ti orienti in libreria? Come scegli un nuovo libro o autore?

S.: Mi oriento cercando negli scaffali più nascosti. Non sono mai stata tanto ingenua da fidarmi ciecamente delle operazioni di marketing. Con questo non voglio dire che a priori non leggo un libro di successo, ma che, per acquistare un libro, deve rispondere ad un certo standard di qualità, che, purtroppo, vedo sempre più relegato ai margini dell’editoria e negli angoli più remoti delle librerie.



A.: Quanti libri e quali hai sul comodino?

S.: In questo periodo ce ne sono due: Just kids di Patti Smith, che, benché abbia finito di leggere, non riesco a riporre nella mia libreria e L’opera al nero della Yourcenar, che ho quasi finito di leggere.



A.: E-book sì o no?
S.: E-book, perché no? Io preferisco il cartaceo, probabilmente per quel tipo di affezione che si prova per un vecchio amico, ma non bisogna confondere l’opera d’arte con il suo supporto. Inoltre, il supporto di un testo ha seguito una sua evoluzione. Se così non fosse stato, leggeremmo ancora su tavolette di cera; quindi, perché arrestare un processo evolutivo naturale? Stiamo vivendo una fase di transizione ed io voglio coglierne il fascino anziché ancorarmi al passato.

A.: Hai 3 parole per dire agli italiani che leggere è bello: 
S.: Cultura, libertà e pienezza.

A.: Tu un romanzo lo hai scritto, ce ne vuoi parlare? 
S.: Credo che parlare di un romanzo sia facile per tutti, eccetto che per l’autore. Posso solo dire che in Delusa dal paradiso la personificazione della società italiana attraverso la mia protagonista si è rivelata, purtroppo, lungimirante.  


A.: C'è un libro che sogni di scrivere? 
S.: Sì. Ci sto lavorando da due anni ma, dopo numerose revisioni, non sono ancora soddisfatta. Forse proprio perché si tratta del romanzo dei miei sogni non mi sembra mai perfetto. Afferrare un sogno e dargli forma è estremamente arduo.


A.: Frequenti presentazioni, reading o simili? 
S.: Prima di mettere al mondo due figli, ero un’assidua frequentatrice di iniziative del genere. Adesso, vivendo a mille km dalla mia terra e dalla mia famiglia, trovo molto difficile conciliare lavoro e passioni con la famiglia. L’Italia non è affatto un Paese per famiglie (e non intendo solo quelle tradizionali). In Italia, la famiglia è solo un concetto che viene rispolverato per fare un po’ di demagogia pre-elettorale. Nel concreto, si fa molto di più in Paesi nordici, come la Finlandia.

A.: Cosa ti manca della tua terra e cosa vorresti avesse del nord? 
S.: A parte gli affetti, mi manca il mare, che per me rappresenta un modo di affrontare la vita. Il mare è (e dovrebbe essere sempre) apertura, libertà e accoglienza. Vorrei che la mia terra del nord avesse la stessa qualità della vita ed il concetto che, se non rispetti le regole per una buona convivenza con il tuo prossimo, non sei furbo: sei uno str…

A.: Che canzoni fai ascoltare ai tuoi figli? 
S.: Propongo diversi generi musicali. Anche se sono piccolissimi, voglio capire che cosa amano ascoltare.

A.: Ci sveli un sogno nel cassetto...della scrivania? 
S.: Vorrei continuare ad occuparmi dei rapporti tra poesia e canzone d’autore. E poi vorrei tanto giungere alla versione definitiva del “romanzo dei miei sogni”, su cui non posso anticipare nulla.

Dunque, sentiremo ancora parlare di Sara! 
In bocca al lupo per i nuovi progetti, che speriamo di poter raccontare anche qui.

Sara e il marito Gianfranco hanno anche un blog,  
chiamato "L'irresistibile superfluo"
 per chi volesse seguirli il link è http://lirresistibilesuperfluo.wordpress.com.