30 agosto 2014

§ La fama mi precede

 Foto A.Dolzan 2014

Solo brandelli delle palme frondose e tronchi laceri che sbattono sulla sabbia scura davanti al mare, che è nero. Non oblio nè speranza alla periferia livida dell'Avana, per un finanziere con la rovina alle spalle e il presente dal volto mesto.
Con le mani in tasca, si aggira, temendo un gesto inopportuno; sopracciglia foltissime non celano ad una osservatrice attenta le occhiate inquiete. Ma nulla può fare, il finanziere, per contrastare la curiosità di una ladra o le sue domande indiscrete, sicché tace.
Prima vagava solo, ora vagano insieme, parlano poco e piano; seguendo la sabbia senza sapere dove porta. Non serve, saperlo; a meno ancora servono le parole. 
Basta il vento nelle grondaie.

Militari in divise diroccate, come vespe ammansite dall'afa, girano rallentati.
"I tuoi vestiti sono troppo colorati, e non sono abbastanza poveri" – intende il finanziere alzando inclinando la testa – "nascondi almeno la macchina fotografica" indica spingendo la mano destra di lato dentro la tasca dei calzoni sbiaditi. La ladra ubbidisce fino a quando può trattenerla a mezza borsa, scattando senza vedere che cosa ha messo a fuoco puntandola su paglie scure che rotolano fra avanzi di muri e porte inutili con tendine che furono scelte con cura e ancora invitano finchè l'ibiscus vivissimo ne cela gli strappi, nella scacchiera ciclopica dove alla stessa ora furibondo ogni giorno solo il vento viene a insistere scardinando le maniglie.
Davanti a una piramide antiatomica con finestre disallineate e senza vetri, aperte su mura spesse e uffici dimenticati, il finanziere e la ladra si fermano.

Scatta. Riprende. Poi rimette velocemente la macchina nella custodia mentre una guardia si avvicina e il levante scoperchia dalle foglie una plastica rettangolare con una banda colorata. La ladra si piega e la raccoglie. Arreso alla perdita di capelli ed occasioni, la fissa dall'asfalto con faccia rotonda Vanni Apicione. "De ene i! Documento nacional de identitad!" - Gesticola parole che non conosce indicando per terra fra gli alberi, la ladra, agitando le braccia davanti all'agente con la mostrina arruginita quando gli consegna la tesserina plastificata.
Il finanziere fa passi indietro che non si fanno notare.
La ladra lo raggiunge e se ne vanno, ché l'Apicione e la sua alopecia non li riguardano. O solo non riguardano loro, se unici, bassi gli sguardi, non cambiano direzione quando il passeggio fra le macerie è interrotto da fermento e voci sorprese, con guardie che in affanno di salvezza o compiacimento si avventano sul documento.
È un regista de fama mundial, el Apicione. A lui giusto oggi si dedica un grande festival, ma il Vanni era scomparso. Più che desaparecido, "secuestrado", echeggiano i più solerti agenti spiccando vanitosi balzi salvifici.

Non una speranza, di aragoste. Nemmeno il ricordo, di un'estate, nè per le guardie nè per i ladri: nell'avanzo di Malecón, solo ferro e pietre sconnesse, ombrelloni laceri buttati via e secchi di vernice mezzi vuoti. Conchiglie consumate a cumuli, bottiglie rotte e pagliuzze ramazzate davanti a un palazzo conducono la ladra e il finanziere sul varco dell'abbandono: entrano mettendo in fuga gabbiani da una torre; ragazzi incappucciati corrono via a ogni piano; altri, e ratti, nel sottoscala al buio cercano le cantine. La ladra apre la custodia, accende la macchina fotografica e senza più nascondersi punta l'obiettivo nel vano delle scale; infine guarda quello che mette a fuoco.
È lo sguardo implorante su un viso gonfio. È l'Apicione. El secuestrado. Più cianotico che calvo, muto ma non morto, legato alla ringhiera implora con le lacrime agli occhi e viene liberato, poi abbandonano fuori, sull'asfalto.
Rantola finchè lo sentono guardie che come signorine si lisciavano la divisa ma scosse dal pettegolezzo o dall'incidente ora accorrono e trafelate si azzuffano nel salvataggio, chi ha un guanto sfilato, chi un berretto a mezz'aria stretto nel pugno, una soffia allarmata in un fischietto.
Poche, in licenza dal caos vanitoso, rimangono a passeggiare.
Forse dal lungomare nero dell'Avana non resta nulla da portare via; per questo un finanziere con le sopracciglia folte tiene le mani in tasca e una ladra in abiti troppo colorati tiene la macchina fotografica in una custodia blu. 
Evitando lentamente un cumulo di ombrelloni sfatti lasciano al vento tracce da cancellare.




05 luglio 2014

§ Passi falsi

Gocce di ribes troppo maturo hanno macchiato i miei stivali bianchi ieri, nell'orto.
É un pomeriggio di luglio. L'ospite in aula ci spiega come si fa un buon giornale, ma io guardo chi mi sta di fronte - piedi e pezzi di corpi.
Li studio da mesi. Mesi di incontri settimanali – con discorsi sospesi, parole di libri e di canzoni, battute sulle pagine di cronaca, rabbia, ricordi ed altri stupori.
Annoto sempre tutto sul mio quaderno. Ogni tanto ci faccio anche un disegno: un profilo o i tratti delle bocche. Un'espressione fissa e una stupita.

Oggi, invece di scrivere, guardo le scarpe e i piedi allungati in mezzo al cerchio delle sedie. I miei stivali bianchi con le gocce di ribes maturo sono indianini estivi con un giro di borchie. Una volta puliti tornano belli, ma adesso noto anche dei segni scuri.

Altri calzano grandi sandali e scarpe da ginnastica. Caviglie pelose, bionde e quasi grosse di fronte a me sbucano da un jeans color piccione che avvolge cosce muscolose e lunghe. Ai piedi, mocassini di leggera pelle scamosciata, costosi e intonati al pantalone. Sono scarpe pulite. Quasi nuove: la para è poco consumata, la tomaia intonsa e le cuciture color muschio sono perfette, sul bordo.

Moderni mocassini vezzosi in pelle beige leggera e non trattata, per garantire la massima salubrità del piede. Non sono sporchi come i miei stivali.
Non hanno macchie, né di erba, né di ribes, né di pioggia.
Sono quasi perfetti, ben tenuti, molto puliti. Come sempre.
Non è la prima volta che li vedo, ma forse ora li noto perché piove d'estate. E so che sporchi non lo saranno mai. Non possono diventarlo, zozze, stracciate, consumate, logore, queste scarpe.
Non di ghiaia, non di sterco di cane, non di sabbia né di fango.
Non vanno in spiaggia e neppure al lago e non evitano le pozzanghere.

Queste scarpe leggere in pelle non trattata nei toni lievi del muschio con la tomaia intonsa e le cuciture pulite non scalciano sassi al semaforo sotto il sole che squaglia l'asfalto nei cantieri stradali in estate.
Camminano, sì. In corridoi polverosi e asciutti.
Ogni giorno, i mocassini di pelle beige, morbidi, lindi e delicati, passano cancelli, percorrono corridoi, poi tornano; si fermano a una finestra, rallentano a un lavandino, sostano davanti a un letto singolo, spoglio, fissato a mattonelle grige.
Ogni mattina vanno sotto la doccia, in biblioteca di tanto in tanto, con passi lunghi.
La domenica si fermano in cappella e stanno per la messa; una volta alla settimana, poi, vanno dalla mamma.
 

Lindi, delicati mocassini scamosciati.
Netti, ben tenuti, in pelle beige non trattata, quando esco io, al venerdì, i leggeri mocassini che garantiscono la massima salubrità del piede tornano in cella. 
Delicati, moderni, puliti, i mocassini beige scamosciati e morbidi vestono i piedi di un assassino.

da: "2 o 3 cose che so sugli assassini"  - di A. Dolzan - 46° parallelo nord




29 giugno 2014

§ The KET * is on the table


supercazzole dotte in merito al livello europeo della conoscenza delle lingue.

Col tarapio tapioca come se fosse antani.

...Ovviamente a destra.

In direzione Segonzano©.



(Avrei già detto tutto nel titolo).

Da anni sento studenti di ogni età farfugliare in inglese.
Li ascolto arrovellarsi sulle motivazioni di studio – dallo schietto non me ne frega un cazzo ma lo devo fare, all'impulso del commercio internazionale di spumante, alla voglia di vacanze esotiche con rimorchio di vitellone hawaiano.
Dall'esotismo intellettuale al desiderio di evasione – sensuale e fiscale – fa parte del mio lavoro rinfocolare, sostenere, rivitalizzare questa passione.

Ad anno scolastico finito rievoco lo straniamento e la finale ilarità con cui son passata
da aule istituzionali con dotte riunioni di docenti convinti della bellezza ed imprescindibile necessità di insegnare l'inglese, ovvero della catastrofica calamità che coglierebbe chi non lo impara, a classi di studenti costretti a interrompere i giochini col cellulare per intonare annojati coniugazioni storpie «I am do, you have speak (…), they am be»
per poi capitolare: «Se studio di più, muoio»©

Dicono, certi colleghi, che “gli studenti, quali cittadini comunitari, se incapaci di comunicare in inglese, sono oggi da considerarsi al pari di analfabeti”.

Ah sì?
Sgamation! Come la mettiamo con i colleghi di altre discipline che nelle commissioni di esame, intimiditi, non hanno azzardato che un paio di domande ai candidati, articolando un fantainglese più delirante di quello degli studenti? Poche frasi sgrammaticate o incomplete, lasciate appese a puntini di sospensione col fiato umido dei primi afosi giorni di estate. Enter Alex de Large, and, © Please, esc the bus.

Scend the bus, in alternativa.
Ho raccolto ben 3 quaderni di meravigliose creazioni di neolingua o “fantainglese”. Fossi io, l'autrice di queste perle, avrei già cambiato mestiere da un pezzo.
Ogni chicca dei miei studenti porta il simbolo del copyright©.
Date a Thomas quel che è di Thomas.




Cui prodest?
Ho conosciuto insegnanti inglesi residenti in Italia che non riescono a superare l'esame di certificazione di italiano.
Studenti universitari che hanno tentato l'esame B1 dodici volte o più – senza che l'esame facesse media, sborsando varie volte un bel centone per l'esame, con tesi quasi pronta e perdendo un paio di giri di boa di sessione di laurea (e dunque con altre tasse universitarie da pagare).
Ho ascoltato dirigenti di consorzi turistici con stipendio netto di mensile di 2.500€ incapaci di articolare una frase in tedesco e inglese, ma anche di prenotare un volo e un albergo online.

Ho sentito maître spiegare a turisti danesi il menù toccandosi petto e coscia.
Ho visto hostess di volo buttar via il kit di sopravvivenza e sprofondare nel divanetto mandando tutti affanculo in 7 lingue.

Giurin giurello, non sto mentendo,
con questi miei occhi verdi veni et vidi.
Poi, come in Amici miei, «Io restai a chiedermi se l'imbecille ero io, che la vita la pigliavo tutta come un gioco, o se invece era lui che la pigliava come una condanna ai lavori forzati»

Candidamente con Luca G., studente di 1° superiore, ho visto la luce, quando ha sbottato: «Ma prof, ma che me ne faccio dell'inglese, se è già tanto se vado a Segonzano?»
Mi inchino. Come disse D'Orazio, «Il verbo essere è impegnativo.©»
Figuriamoci essere prof! 
E comunque, a volte, in aula, val più una canzone di Bob Marley
che un manuale di grammatica. *What that you it say to do?*
(Che te lo dico a fa'?)




*KET: Key English Test


Il ventinovesimo giorno del sesto mese del 2054


26 giugno 2014

chi sono

docente di traduzione & di lingue  
giornalista pubblicista / professional writer
 traduttrice & interprete di trattativa

              


ho cominciato a imparare le lingue straniere in 3° elementare, con le canzoncine di Heidi, e non ho smesso più.  
Dopo il liceo linguistico (a Trento), mi sono laureata alla SSLMIT Scuola per Interpreti e Traduttori di Forlì. Conclusa nel 2002 con una tesi di traduzione specializzata di ricerca e traduzione applicata sulle tecniche della divulgazione scientifica in ambito archeologico.

Da allora le mie lingue di lavoro, con livelli e specializzazioni diversi, sono inglese, spagnolo e tedesco.

Verso la fine degli anni '90, durante un programma di formazione europea Leonardo da Vinci in Portogallo (nel settore turistico) mi sono innamorata del portoghese.

Ho tradito spesso lo spagnolo col portoghese
ho fatto parte dell'associazione trentina Tremembé Onlus, con cui ho imparato a viaggiare responsabile e conoscere il Brasile.


Del Brasile, e di progetti di cooperazione internazionale Italia/Brasile, ho scritto per 2 anni nella mia rubrica mensile "Universo solidarietà" su Musibrasil, il principale portale in Europa dedicato a questa nazione immensa.



Negli ultimi anni amici e amiche grafomani mi hanno coinvolto nella scrittura creativa.

Sarà stata la classica fortuna del principiante a farmi vincere il primo premio del concorso nazionale "inventa il mondo che verrà" indetto dal Sole24Ore nel 2008 per l'inserto Vitanova Il racconto - che si intitola "Futurama o Sacrificio_d_love".
Il racconto è scaricabile qui


Eccomi al volante del premio (una Citroen C6) vinto col concorso del Sole24Ore

...I soldi del premio sono finiti, in parte, nel corso di alta formazione in traduzione giornalistica Nuovi Giornalismi, organizzato da Luiss Business School & Internazionale, (alla sua prima edizione nel gennaio 2009). 
Devo dire che non ne è valsa la pena. Ma questa è un'altra storia.

Dopo il corso ho fatto uno stage di traduzione giornalistica traducendo articoli dall'inglese e dallo spagnolo in italiano per l'agenzia stampa IPS Inter Press Service, la principale fonte d’informazione indipendente sul Sud del mondo.


 A Trento, dove vivo, mi dedico anche all'insegnamento: dal 2000 insegno traduzione dallo spagnolo in italiano all'istituto ISIT Istituto Universitario per Mediatori Linguistici, (ex Istituto Universitario per Interpreti e Traduttori), spagnolo giuridico, spagnolo giornalistico e comunicazione per il web.

Dal 2010 seguo anche come relatrice delle tesi di laurea triennale in traduzione spagnolo>italiano, in particolare in ambito editoriale, letterario e di ricerca linguistica. 


In corsi FSE (Fondo Sociale Europeo) insegno anche inglese, tedesco e italiano per stranieri. 


nel 2010 sono state ammessa come giornalista pubblicista all'Ordine dei Giornalisti del Trentino Alto Adige;  
L'Eco delle Dolomiti e Questo Trentino sono le pubblicazioni con cui collaboro maggiormente, scrivendo di temi storico-culturali, sociali e di multiculturalità.

Oltre alla comunicazione "in varie salse" - da quella di soya a quelle afrodisiache, potrei ben dire - accomuna tutte queste professioni il gusto di poter conoscere le persone più varie e incredibili, provenienti dalle valli o dal mondo oltre il Bondone, in transito o in sosta permanente.

Lavoro, passione e curiosità mi hanno portata come interprete in Procura e in tribunale, a fianco di prostitute e clochard che mescolavano 4 lingue, un po' come  Salvatore de Il nome della Rosa.
In matrimoni internazionali dove ero chiamata a leggere gli atti ho scoperto che gli sposi erano amici di vecchia data.

A fianco di Edward Curtis McCarty  ho seduto in conferenza per tradurre la sua testimonianza contro la pena di morte, a cui si dedica dopo aver trascorso 21 anni da innocente nel braccio della morte.

Da gennaio 2013 in carcere entro ed esco anch'io: nella Casa cirondariale di Trento insieme a un collega conduco un nuovo progetto (volontario) di APAS Trento di redazione in carcere. 

Un giorno, mentre le pesante porte in ferro sbattevano alle mie spalle e le telecamere puntuali registravano ogni passo, mi sono accorta che stavo ripercorrendo le orme della mia guida - umana, letteraria, giornalistica - George Orwell. 


Per entrare in carcere e poterne parlare, lui si fece arrestare ("Clink").
Io no. 
(Ovvio).

se una notte in guardina per ubriachezza molesta bastò a Orwell per scrivere di prigione con
acume e intelligenza, a me occorre più tempo. 
Entro ed esco come volontaria ogni martedì pomeriggio, da mesi ormai, ma non ho ancora trovato tutte le parole per scriverne...


...stay tuned
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