16 settembre 2010

Rendo giustizia

a un libro molto bello che non ho saputo valorizzare a dovere:
col microfono, (che uso raramente), me la cavo maluccio.

Posto qui, dunque, il passo dello splendido libro "Cimiteri Storie di rimpianti e di follie" di Giuseppe Marcenaro, da cui ho letto stasera alla "Terrazza letteraria" organizzata da Il Funambolo nella cornice di MesiArte/Fabbrica delle parole 2010
nel cortile alto della facoltà di ingegneria di Mesiano (TN).

Il tema delle letture era "costruzioni




Calendario

Il 10.8 del calendario gregoriano corrisponde al 10 agosto. Quel giorno si celebra il martirio di san Lorenzo. Nella notte piovono le Perseidi, le lacrime del cielo.
I napoletani indigenti, morti il 10 agosto di ogni anno dal 1762 al 1890, finirono sotto una lastra di pietra vulcanica contrassegnata con 10.8. La lastra si apriva su un vano di due metri per due, profondo dodici. All'altezza di dieci metri il pozzo aveva una grata, una specie di crivello, uno scolatoio di decomposizioni gocciolanti nel fiume sotterraneo che accoglieva sugo di cadavere. E questo per 366 tombe a pozzo, figurazione di un formidabile calendario funebre, in forma di crittografia astronomica, realizzato sulle pendici della collina di Poggioreale a Napoli. Con una previsione temporale perfetta - teneva conto anche degli anni bisestili.
Il Cimitero delle 366 fosse l'ho potuto vedere soltanto in alcune fotografie pubblicate in un compassato libro di storia architettonica che trasforma il fenomenale delirio mortuario in un raziocinio tecnico. Per gli storici deve essere l'esempio più alto dell'Illuminismo applicato allo smaltimento di cadaveri. Nella sua compostezza, il cortile con le 366 botole è frutto di una visionarietà senza pari. Fu pensato, formidabile macchina funebre, come liquidatorio di salme per salvaguardare la salubrità dei vivi. Il suo rigoroso incalzare temporale, la fantasiosa applicazione del numero, della smorfia, della quaterna secca, esalta ancor più la città per la quale fu realizzato, capitale della superstizione e della fatalità.

Ogni giorno del mondo, dal 1792 al 1890, l'onorabile squadra degli addetti, con abitazione sotto il porticato all'ingresso del geometrico recinto, puntuale al sorgere del sole, un occhio al calendario, scoperchiava la lastra giusta. E aspettava l'arrivo del morto fresco. Avvolto in un semplice sudario veniva calato nel "suo" giorno. Una palata di calce viva. Non rimaneva che aspettare il successivo, se arrivava. Fino al tramonto quando, conclusa la giornata, la pietra veniva rimessa a posto fino all'anno successivo. Funzionava così, come un perfetto orologio astrale, il cimitero delle 366 fosse. 
(...)"    


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