SENZA TRADUTTORI CONFINEREMMO COL SILENZIO


IL CERVELLO E' UN MUSCOLO. E IN QUANTO TALE VA ALLENATO (p.d.)

THE BRAIN IS A MUSCLE. AND AS SUCH SHOULD BE TRAINED

07 febbraio 2010

Saper vivere: il telefono Dal 1931 al 2010

quando l'ho preso in mano credevo fosse un saggio rivoluzionario
Il nuovo saper vivere - Spazziamo via le vecchie usanze.... di Paolo Reboux, invece, nella splendidadmente consunta edizione del 1931 che ho trovato nella biblioteca dei miei nonni, è un manuale di galateo di quasi un secolo fa.

Come al reading All'ISIT di Trento piovono libri, fioccano idee organizzato in ottobre presso questo istituto per interpreti e traduttori dove insegno - voglio proporre qui per mio diletto, ma - spero - anche per quello di chi lo leggerà, il brano Il telefono: di una sconcertante, allarmante, divertentissima attualità. 



Il telefono

Il campanello stridente, ostinato, ossessionante, ha suonato. Voi siete tranquillo in casa vostra. Ma qualcuno è là, all'altro capo del filo.

Qualunque sia la vostra occupazione, la chiamata entra in casa vostra da conquistatrice e vi asservisce senza scrupoli.

Dormite? Vi sveglia. Siete nel bagno? Vi obbliga a uscirne tutto gocciolante. Vi radete? Vi costringe ad applicare il corno d'ebanite all'orecchio, contro la schiuma bianca del sapone che si secca e vi guasta la pelle.

L'importuno, con un sorriso che s'indovina, vi dice:
« Scusi, le telefono presto per esser sicuro di trovarla ».
Bella scusa, in verità!

Avete iniziato una vantaggiosa conversazione con un visitatore? Bisognerà accorrere per fermare l'orripilante campanello.

Fate colazione? Poco importa al lontano interlocutore che la vostra salsa si raffreddi nel piatto. Digerite pacificamente fumando un buon sigaro? Vi bisognerà saltar fuori dalla vostra comoda poltrona.

Voi siete in colloquio con un uomo d'affari, le trattative sono difficili, i vostri più gelosi interessi ne dipendono. Di colpo, bisogna precipitarsi al ricevitore, rispondere – con una gentilezza che freme – che no, l'interlocutrice non vi ha disturbato, ed ascoltare, tremando d'impazienza, le chiacchiere indifferenti d'una signora in cerca d'una conversazione svagata.

Siete in ammirazione d'un pezzo di musica trasmesso dalla radio? Patatrac! L'esecuzione continua mentre voi provvedete alla vostra personale esecuzione, lontano dalla melodia favorita. (…)

Vi siete dato a piaceri che avrei qualche scrupolo a rivelare, ma che non hanno perduto nulla del loro incanto da quando ci sono uomini e donne sulla faccia della terra? Drin!... Drin!... Il telefono avrà il risultato di quel secchio d'acqua che le zitelle pudiche rovesciavano dalla finestra, di primavera, sui cani, i quali simboleggiano ingenuamente la grande forza della Natura, cantata da Lucrezio in versi indimenticabili.


***
Per ciò è opportuno, è indispensabile, regolare un poco, nei trattati di galateo, l'uso del telefono. A meno d'un'intesa preventiva, d'un appuntamento verbale, d'un caso assoluto d'urgenza, non telefonate mai.







01 febbraio 2010

Scrivi con lo scrittore: 2° incipit e 2° mio racconto

E' in corso il secondo "round" dell'iniziativa bolognese http://www.scriviconloscrittore.org/  
Questo è il nuovo incipit:
Mi sono sempre piaciuti i film americani. Soprattutto mi piace fissarmi sulla possibilità
che finisca in modo imprevisto, anche se già dal primo minuto, il più delle volte, si conosce il colpevole.

Per partecipare al concorso inviare il proprio racconto entro il 10 febbraio 2010 a:
inviaracconto@scriviconloscrittore.org

e questo è il mio racconto:

Domenica mattina nella mattonella (den standhaftige tinsoldat)


«Mi sono sempre piaciuti i film americani. Soprattutto mi piace fissarmi sulla possibilità che finisca in modo imprevisto, anche se già dal primo minuto, il più delle volte, si conosce il colpevole», mi ha detto Pino mentre uscivamo dal cinema. A me no. Io preferisco le fiabe. Comunque adesso non ho più scelta. Né preferenze.

Sposto la tenda della cucina per guardar fuori mentre viene su il caffè. Nel cielo un relitto del sole di ieri. Avvilente, sotto le case, minaccia neve. Mi fisso nell'angolo nuvoloso; si squama mentre lo vedo – costretto fra i palazzi grassi e assonnati che mi escoriano l'orizzonte, risospingendomi in me stessa, e in fuga nella mia stanza. Lì le pareti sono più larghe. Almeno 3 metri per 2. Le finestre affacciano uguale, e mi tolgono l'aria e la vita. Ma la mia stanza è più grande e ci coltivo pensieri storti. Serra di innesti concimati con lacrime e caffè. E molto yogurt. A gambe incrociate, conio desinenze di velluto e intreccio sillabe. Senza sapere a che serve. Ho un allevamento di stoffe e orecchini di parole a cui demando di rendermi felice.

Fuori dalla stanza, sono incerta. Nell'esistenza, io barcollo. Con piccoli passi malfermi mi reggo come su punte da ballo. Tesa nel terrore sudato di non arrivare mai. Novunque: in nessun luogo, e comunque tardi.

Dietro la tenda, sfuggo il mio riflesso scarmigliato nell'accappatoio blu, e devio dalle occhiaie tristi, la gola muta. Ascolto il rantolo del vento sulle foglie spazzolate come in ottobre, solo che è maggio.

Nell'aria silenziosa e strana neppure i passerotti cantano stamane. Nemmeno loro mi vedono, sola, affacciata sul cortile. A chi dire il desiderio e il bisogno di essere altrove? La sofferenza del limite di non viaggiare nel tempo, e nello spazio. Schizzerei fango sui tratturi del mio passato, mi cercherei nelle onde dell'Inn, annusando l'aria in cerca del tuo sorriso. Della sua eco.

Ma sono qui. Cementata in mezzo metro quadrato asciutto e sporco. Arido anche di caffè, che non bolle. Nulla si muove e tutto non parla. Solo le foglie, ma lo sento, che sono stanche.

E stanca sono anch'io, che non so più a cosa aggrapparmi sulla mattonella sporca di sugo. Che cede e mostra le prime crepe. Per questo, sono attaccata alla tenda. Ma il cratere vortica e si apre sotto di me. Fisso i piedi alla finestra. La tenda è unta e vecchia e strappata. Lo sforzo inutile e sordo, estenuante.

Mentre la mano scivola, risucchiata nel vortice, nel viottolo spelacchiato dall'asfalto rotto, quello che porta ai garage, il riverbero delle vetrine delle poste si rinfrange nelle finestre della banca e lì, proprio sull'angolo, mi compare un soldatino di piombo.

Disteso e deciso il passo sforbicia sotto una redingote grigio topo. Non decifro la cappelliera nella mano, bianca con ghirigoro arancio. Forse è un tamburo. Le palpebre mi si agitano: sto viaggiando nel tempo e non ho i vestiti giusti. Ho i capelli da lavare.

Ma il cratere si allarga e si contorce e mi reclama e non ho tempo, io, di lavarmi i capelli e di guardare i palazzi polverizzarsi nel passaggio di un secolo. La cucina, e le sedie, e il frigorifero, rimangono fissi, ma la tenda cede. Mi restano solo cinque dita, ora. E il soldatino è passato, lasciandomi scossa e incerta, fissa alla coda del suo riflesso scivolato contromano nella realtà; nel punto esatto in cui le vetrine dell'ufficio postale si specchiano nella banca e insieme nell'asfalto consumato.

Immobile su punte malferme e doloranti rincorro il soldatino, tutù di pensieri sbrindellati che sventolano nella fessura della finestra. Cosa cela la cappelliera? Non ho finito il pensiero che già due e poi tre e poi quattro soldatini arrivano, marciano, scalciano eretti in alti colbacchi bianchi. Ignorano il mio stupefatto desiderio angoscioso e bloccano, in assenza di fantasia sotto il colbacco, la mia corsa malferma, procedendo senza timore in falcate che spingono oltre lo stivale.

Ammutolita sulle ciabatte mi stringo nella spugna e resto in bilico. La tenda, la stringo con cinque dita. La sento, lacerarsi, unta mentre con un piede scivolo nell'Ottocento.

Con cinque dita ho i capelli da lavare e gli occhi gonfi. Con quattro non so chi sono e perché danzo in cucina. Con tre falangi disperate non ho nessuno a cui dire il mio terrore. Con due nocche avide bramo un aiuto che nessuno farà in tempo a darmi. Con l'indice uncino il caffè che incomincia a bollire e io non potrò spegnere il fuoco. Lascio la presa, la tenda cede al mio schianto. Nel cratere della mattonella sporca di sugo vortico e svengo. L'eco dei passi dei soldatini si stempera sulle pareti dell'ufficio postale che ammicca alle vetrine della banca.



di Annalisa Dolzan