2 gennaio 2013

§ sul racconto e "Per 2 anni di pere"

"Il racconto è presente in tutti i tempi, in tutti i luoghi, in tutte le società; il racconto comincia con la storia stessa dell'umanità; non esiste, non è mai esistito, in alcun luogo un popolo senza racconti... il racconto è come la vita" (Barthes)
E dunque (anche sul blog di QT):
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"Oh! Per due anni di pere si è fatta 4 anni di comunità", mi dice Alessandro chiudendo la portiera. Metto in moto e ce ne andiamo da Borgo Valsugana e dalla compagnia di ex drogati e drogate con cui abbiamo trascorso la serata.
Gente di Liguria, Toscana, Piemonte, Marche, Veneto e Trentino. Dai 40 ai 20 anni, che ne ha passati almeno 4 nella comunità di S. Patrignano a San Vito di Pergine.
Fino a maggio non sapevo neanche che esistesse.

3 su 3 non ex tossiche, alla cena, eravamo donne. 2 su 3 non ex tossicodipendenti eravamo insegnanti. Se qualcosa vuol dire, non saprei dire cosa.

Di anni ne ha 21, Stefania, quella che per due anni di pere se ne è fatti 4 di comunità.

Mi rimane negli occhi lei, a casa, mentre vado sotto le coperte. Sguardo dimesso e pelle bucata. Coi piercing. Ferro su una carne sottile, molto bianca, forse spenta.
Un corpo sottile seduto in un angolo e un sorriso mite; mi dice che anche a lei piace l'inglese, che non lo ha mai studiato ma un poco lo capisce.
A dire che sei un'insegnante fai sentire in colpa la gente, risvegli le sue inadeguatezze per quello che non sa. Non cerco nemmeno di rimediare. Niente convenevoli né frasi fatte. Lascio che gli occhi si tuffino nella birra in silenzio, finché l'imbarazzo inonda il tavolo, riempie le bocche, agita le mani, a volte in cerca di sigarette.

A Stefania non avevo molto da dire. E per questo mi colpisce: dal casino di chi si è sgolato a dire come vive o ridere di come sopravvive, mi è rimasta impressa lei.
La rassegnazione con cui ha ordinato un panino con la cotoletta. Il modo lento e dolce con cui ne ha dato un pezzo al cane. Come abituata a riunciare a nutrirsi e ad essere nutrita. A fare a meno di quello che serve, se non c'è. Che sia un morso di cotoletta e o un pezzo di cuore.
All'inizio il suo piercing nello sterno mi era sembrato un ciondolo. Appeso al collo.
Solo dopo mi sono accorta che era infilzato nella pelle.
Come il dilatatore africano nell'orecchio.
Come l'anello sulle gengive enormi, quasi deformi, e con effetto ipnotico.

A casa, al buio, come i puntini da unire in un gioco enigmistico, ho ricomposto il tracciato. Unito i puntini del dolore. Visto una mappa evidente. Esposta ma non lamentata.
Forse in parte autoinferta.
Indossata con noncuranza, sotto la maglia; fra i capelli arruffati sul collo.
Si muoveva lenta, Stefania, spezzando il pane con la cotoletta. Come se non avesse più forza; solo un'inerzia. Abituata alla disattenzione per un ignoto dolore smunto e silenzioso. 

 
 

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