3 settembre 2014

§ Cerco carta morbida per parole dure

(Verra Verrà la morte e avrà il tuo naso)



Mi sono alzata troppo presto per l'ora tarda a cui ho smesso di leggere ieri notte il romanzo di uno scrittore sardo che mi sta piacendo molto.
Così, appena ho acceso Internet stamattina, ho cercato notizie su di lui.
Su di lui, e, sulla stampa locale, sull'uomo che si è impiccato in cella in carcere a Trento due giorni fa.

Dello scrittore sardo piace e si teme la ferocia verbale.
Del suicida non si parla.
Questo scatena la mia, di ferocia.
Verbale, mentale, umana, sociale.

Mi ero illusa. Un'altra volta. Quando smetterò? Ieri il lancio di agenzia ripreso da una piccola ma informativa testata locale, meno occupata delle due maggiori a incensare allevatori di maiali e di elettori senza chiedersi chi puzzi di più, mi aveva fatto ben sperare.
È il secondo suicidio in carcere in meno di due mesi, in una piccola città, se ne dovrebbe parlare.

No.
È senz'altro un punto di vista parziale, incompleto, giudicante, rabbioso, urticante o nojoso, severo e disgustato, antipatico e molesto, il mio.
E allora? Volete contare i miei aggettivi?
Con buona pace delle scimmiette operaie lanciate dal cappello di un editore sui palchi a cianciare che il "nuovo bello scrivere" è una progressiva eliminazione degli aggettivi, non mi lascio impoverire l'anima e la vita dalla soppressione pianificata di diritti - alla libertà di parola e di espressione, e, dunque, non ho timore degli aggettivi.
A volte neanche degli avverbi.

Avrei tutti i titoli per esigere uno spazio ufficiale per queste vicende. Ma la competenza della resistenza, l'abilità dell'esercizio indefesso dell'informazione e la capacità di sviluppare un pensiero critico che travalichi il falso storico, finanziario e politico, la ricerca sull'animo umano che addita l'ipocrisia e l'ingordigia e l'ossequio mediocre, non vogliono certificazioni.
Vogliono fiato.
Udito.
Olfatto.
Olfatto fino.
Perché chi fa schifo non sempre puzza.

Anzi, come scrive il narratore sardo, chi è marcio esagera talvolta nello spruzzarsi di profumo, come temendo che il fetore della sua anima si disveli dai pori della pelle.

Forse anche Giacinto puzzava.
Forse nella sua cella c'era l'odore di una vita andata a male. Figuriamoci in bagno?
Chi ha trovato il lenzuolo a cui si è appeso?
Chi lo ha slegato?
Chi è riuscito a parlare con lui per l'ultima volta?
E chi ha saputo intuire che non ce la faceva più, nè a vivere nè a sopravvivere, nella quotidianità reclusa, galeotta perché troppe volte fallita, ma forse più rassicurante di una "libertà" che fra pochi mesi sarebbe ripresa in una solitudine che era abbandono e povertà che era un barcamenarsi con piccoli furti maldestri?

Quale è stato l'effetto detonante che gli ha fatto decidere di impiccarsi?

Cosa gli ha fatto capire che, infine, aveva esaurito tutte le forze?
Che non aveva più energie, nemmeno per ritirare il cibo dal carrello? Prendere un tranquillante. Provare a parlarne.
Men che meno sognare un'altra auto per scappare lontano.
 
Quando l'ho visto, basso, smilzo, coi capelli lunghi e trascurati, in grumi di ciocche fra cui si vedeva la pelle oleosa del cranio, la voce roca per parole smozzicate e per me troppo confuse, aveva il naso coperto da un cerotto.
Un cerotto che mi ha incuriosito, perché, ovviamente, volevo sapere cosa gli fosse successo. Però non si può.
Non puoi chiederlo a una persona che non conosci o di cui a malapena sai il nome e di cui non capisci neanche le parole, e che il tuo sguardo non incrocia, e in fondo la cosa ti dà anche un certo sollievo, tanto è ingombrante l'interrogativo che incarna. Non puoi chiedergli chi o cosa gli ha spaccato il naso; e il cuore.
Non puoi anche perché quel naso si è rotto – o è stato rotto - in un punto lontano che sta in fondo a una trama sorvegliata e segretissima di corridoi di un carcere accovacciato sotto un monte, impassibilmente sferzato dal vento, volutamente nascosto al cittadino affaccendato.

Cerotti, corridoi, incartamenti, fascicoli, uffici sanitari, servizi sociali, pagine di giornali.
Un cumulo di parole non dette impilate in una montagna di silenzio.
Taciute. Vietate. Scomode. Imbarazzanti. Parole che formano domande curiose. Dolorose.
Incalzanti. Che portano a ipotesi sospettose. Riprovevoli. Che dicono responsabilità gravi, ingiuriose, imbranate, pesanti. Frasi che dovrebbero contenere nomi, cognomi, diagnosi e spiegazioni.



Frenate insieme al sangue da un cerotto sul naso, le mie domande di allora non si sono placate. Il silenzio - corposo - è cresciuto, lentamente, in cunicoli vuoti, si è pasciuto in passeggiate lunghe e in spiagge deserte l'ho acquietato. Fino ad oggi. 
Il disgusto vigoroso, l'indignazione impotente, una rabbia colpevole e un'inquietudine insistente mi spaccano il cranio.

In cavità cerebrali connesse a link telematici ed incavi svuotati di informazioni mi martellano le ossa della testa e mi induriscono quelle della mandibola, spingono per uscire dalle dita e finalmente sgorgano in una polluzione furibonda, schiumosa e feroce.
Sillabe schizzano un po' ovunque, ma crolla, questo post - inutile e non fertile, come lo sperma dalla mano, in un affanno ripiegato su se stesso.
Giacinto è morto.
Sono le 13.52.
Tutto tace.

Verrà la morte e avrà i tuoi occhi. E il tuo naso incerottato.
Verrà qualcuno a dirmi che uso troppi aggettivi?
Nessun'altro dovrei aspettarmi.


«Ho visto troppe guerre-lampo condotte male, 
ma non ho mai saputo di un’operazione militare abile protratta a lungo».

(Sun Tzu, L'arte della guerra)






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